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FINISSAGE COLLETTIVA ATELIER CONTEMPORANEI A VENEZIA

YVONNE CARBONARO per “Panni, segni di vita”

Carla Erizzo è pittrice versatile che, nella piena consapevolezza dei movimenti e mutamenti attraversati dalle arti visive, ama sperimentare più stili e modalità espressive oltre che differenti tecniche pittoriche transitando agevolmente dal figurativo all’astratto. 

Il suo pennello declina sulla tela delicate campiture chiaroscurali, intense macchie di colore che si trasformano in immagini di biancheria stesa ad asciugare, di vecchie finestre, di barche abbandonate. Con sapiente tratto impressionista ottiene suggestivi effetti di luce in accecanti candori e cromatismi di grande espressività che spiccano su sfondi cupi di grigio o di indefinito chiarore. 

Nei dipinti qui presentati ha scelto come tema Venezia, ma non la Venezia internazionale, affollata di turisti né quella dei gloriosi monumenti della Serenissima. 

È una Venezia inedita, quasi sconosciuta quella che ci indica, che pur mutando con il mutare delle stagioni, mostra una insita pacata tristezza. Una Venezia decadente, intima, dimessa, di angoli nascosti, di case fatiscenti, di muri screpolati, di sedie vuote, di poveri panni al sole stesi come emblemi di una miseria occulta che gli antichi gonfaloni della grande Storia e i maneggi dell’industria turistica tendono a celare. 

Ed è talmente stridente il contrasto tra questa e quella da risultare quasi sconvolgente nelle nostre coscienze. E soprattutto, e ciò è ancora più toccante, è una Venezia solitaria. 

Solitaria perfino nei sagrati delle sue celebri chiese candide di luce splendente, disertate dagli esseri umani. 

Solitaria specialmente di una solitudine intima profonda esistenziale che rimanda ad Edward Hopper, alla malinconia e all’angoscia degli uomini nella società contemporanea. Le rare figure umane sono accennate appena. 

E l’uomo è solo, immobile di fronte al suo sogno di felicità che si allontana come un panno rosso che se ne vola via. 

YVONNE CARBONARO 

Roberta Giubitosi per “trame di luce” (2017)

Fin dalla sua formazione, Carla Erizzo elabora una particolare ricerca pittorica che affonda le sue radici nella tradizione tonale veneziana e nella più ampia cultura artistica di matrice “impressionista”.
Lo studio dei materiali e le procedure acquisite durante la lunga pratica di bottega consentono di elaborare un personale “modus operandi” e di costituire le fondamenta concettuali del suo pensiero. Lontano da qualsiasi intento anacronistico, l’artista individua nel “lavoro di bottega” il luogo privilegiato in cui sperimentare e ricombinare pratiche antiche e moderne capaci di esprimere nell’opera d’arte una personale interpretazione della realtà contemporanea.
Le singolari strutture compositive, i densi impasti di pigmenti, le ricercate tonalità cromatiche costituiscono gli elementi di una sintassi pittorica elaborata nel tempo. Attraverso la libera sperimentazione dell’artista, le pratiche del mestiere, gli antichi telai, le tele consumate e reimpiegate acquistano un nuovo valore nell’attualità. L’opera quindi nasce da un processo dinamico in cui ogni singolo elemento costitutivo può veicolare sempre diversi significati grazie alla particolare continuità tra il passato e il presente. Le infinite suggestioni visive della vita
quotidiana si caricano di una singolare forza espressiva tramite la ricercata gamma cromatica e la lavorazione dei materiali. Gli scorci veneziani, i panni al vento nelle calli, i particolari dei passanti spesso vengono trasfigurati dai colpi di spatola che si susseguono velocemente creando vibrazioni luminose e costruendo arditi tagli compositivi. La densità delle stesure pittoriche varia continuamente sulla superficie della tela creando infinite suggestioni percettive ed emotive. A volte le campiture rompono lo spazio come lame taglienti, sezionando le forme e delineando l’architettura dell’opera, a volte invece il colore si espande sulla superficie quasi vaporizzato creando un’atmosfera fluttuante e impalpabile. La luce si materializza nel colore fino a giungere alla massima intensità nelle dense stesure bianche che attraversano e intersecano i piani cromatici. La “materia luminosa” trascinata dalla gestualità dell’artista diviene l’elemento primario e strutturale che costruisce le forme e definisce lo spazio. I riferimenti visivi al dato reale e naturalistico si stemperano e i dettagli a volte si espandono su tutta la dimensione dell’opera. La tela di supporto diviene materia che interagisce con i pigmenti, sia quando la trama del lino emerge tra le diverse stesure cromatiche, sia quando i ritagli di recupero vengono applicati sulla superficie come sigillo e marchio concreto dell’artista. Nella varietà della produzione di Carla Erizzo, emerge la volontà di superare la netta separazione tra le categorie artistiche, tra figurativo e non figurativo, senza dichiarare esplicite rotture con la tradizione. Il suo lavoro sottolinea la complessità del processo creativo capace di rinnovarsi nel libero dialogo con la cultura artistica del passato.

Roberta Gubitosi

Roberta Gubitosi per “Back to Light” (2011)

Formatasi nello studio del padre pittore, Carla Erizzo manifesta una particolare sensibilità verso il colore, visibile nelle atmosfere veneziane immerse in una luce vibrante. Fin dalle prime opere, la ricerca dell’artista è incentrata sull’analisi del puro dato luminoso, scomposto e ricomposto, fino a raggiungere esiti quasi astratti. Fasci di luce, bagliori improvvisi rompono e modellano lo spazio che si espande come una materia fluida, superando la bidimensionalità del supporto. I colpi di spatola si susseguono velocemente creando vibrazioni luminose, che rendono visibili le forme e contemporaneamente sembrano assorbirle man mano che aumenta la loro intensità.

Significative a tale proposito sono le serie pittoriche che segnano il percorso artistico dell’artista: Le mie Venezie, Sensazioni d’acqua, Tra luce e realtà, Percorsi paralleli. Inevitabile è notare i richiami alla pittura tonale veneziana e alla cultura di matrice impressionista, soprattutto nell’attenta registrazione e nella scomposizione dei mutevoli effetti della luce. Secondo le leggi della percezione visiva, la luce è in sé invisibile e si propaga nello spazio in ogni direzione rendendo le cose visibili. Per tali motivi, la luce spesso è stata pensata come un’entità in opposizione alla materia, ai corpi solidi, che frapponendosi alla direzione dei suoi raggi ne vengono illuminati.

Le opere più recenti di Carla Erizzo rappresentano una nuova e suggestiva riflessione sul rapporto luce-materia. Nella ricerca pittorica dell’artista, si coglie l’intento di materializzare nel colore la luce in modo tale da rendere quest’ultima un’entità fluida con una propria funzione strutturale. Se si osserva l’opera Interno con bottiglie, la luce è un elemento visibile, dotato di una propria fisicità e corporeità. Portata quasi alla massima intensità, la luce si addensa divenendo essa stessa materia che costruisce le forme e lo spazio. Gli oggetti, le bottiglie, appaiono quasi evanescenti, avvolte dalla “materia luminosa”.

In Presenza le masse luminose rompono lo spazio come lame taglienti e delineano l’architettura di una figura immersa in un’atmosfera fluttuante e impalpabile.
La luce si allontana dalla contingenza del dato naturale e diviene materia strutturale dell’opera: lo spazio che viene definito stravolge la realtà visiva, per evocare un’altra dimensione, a volte quasi mistica, simbolo di una realtà interiore.

Le opere di Carla Erizzo manifestano la coerenza della sua ricerca, capace di liberare l’occhio dalle abitudini percettive e innovare i procedimenti acquisiti. Nel lirico equilibrio tra figurativo e non figurativo, emerge un rapporto intimo ed emotivo con la realtà i cui confini sono sempre più difficilmente percepibili e controllabili; l’artista può solo coglierne alcuni frammenti nell’attuarsi del processo creativo.
Per Carla Erizzo l’azione non è progettata né avventata: si compie attraverso un graduale accumularsi e affinarsi dell’esperienza nel corso del fare. Significative a tale proposito sono le parole di Mark Rothko: “I quadri devono essere dei miracoli. Il loro completamento segna la fine dell’intimità tra creazione e creatore. L’artista se ne ritrova fuori”. È la descrizione semplice e perfetta di un processo creativo in cui l’artista è tutt’uno con la tela e solo alla conclusione l’opera diviene una realtà autonoma, pronta a manifestarsi al fruitore come una rivelazione aperta a infinite interpretazioni.

Roberta Gubitosi

Bruno Rosada per “Percorsi Paralleli?” (2010)

La pittura più recente di Carla Erizzo.

E’ un problema fondamentale: l’innovazione con coerenza; progredire senza deviare. E’ quello che fa nella sua pittura Carla Erizzo. Alcuni anni fa ebbi a scrivere di lei col titolo “Tra luce e realtà la pittura di Carla Erizzo”; ora esaminando le sue opere più recenti trovo che in fatto di luce non aveva proprio nulla da aggiungere e modificare: c’era e rimane un assoluto rigore provvisto di una intensa carica espressiva. La luce nei suoi quadri è il risultato di un cromatismo accorto e comunicativo, dove il disegno e la struttura svolgono una funzione subalterna. Proseguendo sulla linea della pittura tonale del Rinascimento veneto, Carla Erizzo ha saputo sotto questo aspetto cogliere quanto di meglio ha prodotto il Novecento, soprattutto il non-figurativo del Novecento.
Dove invece si nota un approfondimento concettuale è nella definizione pittorica della realtà, che si manifesta più espressamente come materia. Una materia vista dall’esterno, come dev’essere la materia nella realtà pittorica, ma intrinsecamente tale; se possiamo giocare con le parole vorrei dire: una materia materiale.
Del resto il termine realtà, soprattutto in pittura, si ammanta di significati che hanno di norma una funzione dissimulatrice: basti pensare a tutto l’impressionismo dell’Ottocento, che ci ammanniva una realtà illusoria e ingannatrice, la cui grandezza stava nella alterazione. Perciò parliamo di “materia”. Ma il discorso pittorico a questo punto assume valori e significati nuovi e diversi, affidati a un fondamentale elemento, la struttura (qui sì la struttura è importante, per la “materia”, non per la luce), con due forti complementi, l’intitolazione e le presenze figurative, che insieme costituisco il significato dell’opera.
L’intitolazione. L’ho già scritto a proposito di Carla Erizzo (e di pochi altri artisti): “Ottavio Paz ha scritto (parlava di Duchamp) che nell’arte moderna assumono sempre più importanza i titoli dei quadri. Io penso che il titolo è l’altra metà del quadro, il significato riposto, nascosto e svelato allo stesso tempo dalla rappresentazione”. Ma qui in queste opere più recenti c’è qualcosa da aggiungere, perché qui talvolta l’intitolazione si limita a precisate il senso dell’opera pittorica, la descrive e la riassume, come può essere un titolo quale “Lezioni di vela” o “In daddy’s arm” (ma già in quest’ultimo quadro il fatto che sia detto in inglese suggerisce un elemento emotivo diverso da quello che potrebbe essere “In braccio al babbo”). Ma per lo più per altre opere il titolo dice molto di più, assume un significato concettuale intenso, come per esempio “La resa” o “Alternanza di umore” o “Forza, alzati” e in qualche modo continua e amplia il significato del quadro.
E veniamo alle presenze figurative. Noi usciamo da un secolo di pittura

non-figurativa e non sembri azzardato né polemico riconoscere che le pur innumerevoli potenzialità del cosiddetto astrattismo si sono pressoché esaurite. Già con Rothko (che è morto quarant’anni fa) la produzione non-figurativa sembrava aver raggiunto il massimo livello possibile. Andare oltre appariva già allora difficile, o forse impossibile. Né era agevole un ritorno al figurativo, che dalla fine dell’Ottocento non aveva avuto evoluzione in Europa, se si eccettua il realismo socialista oltremodo statico.
Carla Erizzo affronta con decisione il problema proponendo una soluzione con le presenze figurative in un contesto pittorico sostanzialmente non-figurativo. Questo dà alle sue opere, oltre che un aspetto risolutivo, oltre che un contenuto emozionale molto intenso.
Si veda per esempio “Sky Driving”. Le automobili tutte di colore rosso sono immerse in una realtà che il titolo suggerisce, le nuvole del cielo. Ma questo cielo nuvoloso è un riuscito esperimento di arte astratta. L’opera sembra (ed in qualche misura è) la realizzazione della tesi di Wilhelm Worringer, in “Astrazione ed empatia” che risale al 1907, che è forse più attuale oggi che allora. Il termine “empatia” che traduce un po’ approssimativamente il termine tedesco Einfühlung sta ad indicare una sorta di condizione armonica, una comprensione intuitiva della realtà naturale, e Carla Erizzo armonizza in una unità organica prodotta dalla struttura e dal cromatismo, quelle automobili rosse e quelle nuvole.
Analogo discorso va fatto per moltissime altre opere: si consideri ad esempio “Alternanza di umore”. La realtà è pienamente riconoscibile: cielo e terra. Un astro nel cielo, una figura umana a terra col braccio levato; ma l’astro è disarmonico, la terra è rosso sangue, la figura umana riconoscibile a fatica, e il cielo solcato da numerosissimi sottili segni bianchi che sembrano le tracce dei percorsi di una serie confusa e disordinata di corpi celesti. Qui la realtà del paesaggio e della figura passano in secondo piano sopraffatti dal significato concettuale dell’opera che in qualche misura vuole segnalare il disordine cosmico e la sofferenza umana che produce l’indignata protesta del braccio levato. Ma l’esegesi potrebbe anche essere diversa. La labilità delle cose è vissuta per immersione in esse fino a sconfinare nella totale immaterialità: la percezione delle apparenze sembra essere l’unico elemento costitutivo della realtà esterna, che sommessamente dice: Io sono, però. Ma continuamente allude e rinvia ad un’altra realtà.
In “Forza, alzati” la realtà è ancora più dissimulata dalla forma pittorica che ha il sopravvento e si carica si contenuti prevalentemente emotivi. La luminosità cupa, che il biancore centrale fa risaltare, assume una notevole importanza per la trasmissione di dati qui più emotivi che concettuali.
Un documento interessante è “La sfida”, l’unica opera di Carla Erizzo a comparti che sviluppa un discorso articolato e fortemente concettualizzato. La sfida è tra un mondo industriale inquinato e cupo, nebbioso, sostanzialmente disumano, e un mondo naturale sereno, solare, che manifesta pienamente le bellezze della natura. Qui il gioco dell’astrazione si manifesta negli spazi vuoti ed ha ancora una volta una funzione prevalentemente psicologica, di sottolineatura dei concetti.
Un’ultima considerazione, quasi superflua, che vale per la quasi totalità delle sue opere. I suoi quadri sono anche belli. Cioè, no. Belli è una parola ingannevole; non si dovrebbe usare mai per un’opera d’arte, né letteraria, né pittorica. Diciamo che sono estremamente gradevoli, che stanno bene in una stanza bene arredata. L’importante è rendersi conto che sono anche qualcosa di più. Si potrebbe continuare con l’esame di tutte le opere di Carla Erizzo e troveremmo un dato costante, il pensiero. Dietro quella apparenza gradevole c’è un pensiero; ogni quadro dice di più della sua immagine, ogni quadro dissimula e svela al tempo stesso un pensiero profondo, una emozione intensa.

Bruno Rosada

Carlo Piga – recensione all’opera pittorica di Carla (2009)

Recensione all’opera pittorica di Carla Erizzo.

Carla Erizzo veneziana di nascita, approda alla pittura circa venti anni fa, ma è negli ultimi dieci che la sua personalità emerge in modo coerente alla fine di un lungo percorso di maturazione, iniziato presso la bottega del padre, pittore di fama, dove la giovane artista non solo apprende le tecniche (che in seguito perfezionerà accanto ad un maestro come Sandro Parenti), ma, cosa assai più importante, viene sedotta dal colore.
Impastare i pigmenti, preparare mestiche e fondi per le tele paterne, fa nascere in lei un rapporto quasi viscerale con la sostanza pittorica, che rimarrà come traccia indelebile del suo linguaggio artistico, dimostrandosi in questo figlia della grande tradizione veneziana.
Naturalmente un artista è tale, quando associa la perizia tecnica, “il mestiere”, con una particolare sensibilità e capacità di comunicazione. Nell’opera della pittrice questi due elementi si coniugano perfettamente sul terreno comune di un tessuto di colori puri e materici, che costituisce la base emotiva da cui traggono origine le sue forme.
Non si può scindere il “linguaggio cromatico” di Carla dai suoi luoghi natii.
È proprio l’ambiente lagunare caratterizzato da quel caleidoscopio di colori e riflessi di luce, che affascina da sempre generazioni d’artisti, a costituire la fonte primaria d’ispirazione per le creazioni della pittrice; ma siamo distanti dall’idea della “veduta”.
Nella serie: Le mie Venezie, la ripresa en plein air, vira verso interpretazioni profonde, direi emotive del puro dato percettivo, tanto da raggiungere risultati cromatici e formali affatto naturalistici e sempre diversi.
È il caso di Volando su Venezia, dove l’apparente costruzione prospettica viene subito contraddetta da una scelta sostanzialmente monocromatica di toni blu e azzurri, accesi qua e là da “barbagli” di colore caldo, che risolvono la composizione sul piano bidimensionale della tela, con esiti non distanti da Paul Klee.
Oppure in Rialto (che fa parte della stessa serie), dove la giustapposizioni di toni caldi e freddi, dati attraverso pennellate rapide e corpose, fa vibrare la superficie e agitare le forme come se fossero investite da una forza potente.
Infine nella ripresa di San Marco o della Salute, in cui lampi di colore notturno accendono le forme, evocate attraverso pennellate filamentose di luce argentea e quasi metafisica.

Il riflesso, in quanto specchio emozionale della realtà, è il motivo che domina la serie delle Sensazioni d’acqua, dove l’energia vola libera come il vento che muove le vele, e fa vibrare di mille colori la superficie dell’acqua; come in Girotondo in mare, dove le vorticose evoluzioni delle vele in regata, ci vengono restituite in una girandola di luci gialle e toni acquei, o in Riflessi (opera giustamente premiata), in cui il dinamismo è tale da corrodere le forme, sfiorando esiti di puro astrattismo cromatico.

Le serie successive: Tra luce e realtà, o Percorsi paralleli, segnano una fase più matura e introspettiva dell’artista. Qui il linguaggio pittorico di Carla fatto di pennellate rapide e corpose e di accostamenti di toni audaci, ma in qualche modo ancora vincolati ad un naturalismo esteriore, è ora chiamato a percorrere tortuosi sentieri interiori, in cui la forma diventa sempre più protagonista.
La figura, come sempre nell’opera dell’artista generata dal fondo, appare ora isolata. In alcuni casi emerge lentamente, conservando la diafana consistenza di un ricordo profondo e struggente, come in Figura di madre, altre s’impone con forza dirompente come: In daddy’s arm, o nella Resa, dove spatolate di colore cupo caricano di drammatica tensione l’immagine dell’uomo caduto in ginocchio.

C’è indubbiamente nella pittura di Carla Erizzo qualcosa di profondamente sacrale, nel senso di un grande rispetto per la figura umana, colta nella sua essenza universale, laddove il confine tra uno e molteplice tra forma e astrazione, è talmente sottile da sfiorarsi, mantenendosi in un sofisticato gioco di equilibri come in Angeli custodi, l’opera forse più visionaria, in cui si rintracciano echi correggeschi e persino barocchi, interpretati però con gusto e sensibilità contemporanee.

Carlo Piga (esperto d’arte).

Gabriella Niero (2006)

Bagliori di luce, dilatazioni cromatiche, morbide trasparenze, ed infine, magici riflessi. La sensibilità pittorica di Carla Erizzo procede con finezza nel tocco fluido della pennellata, nella incisiva sintesi degli spazi, nella delicata trasfigurazione delle forme. L’esaltante esperienza della pittura trova in Carla Erizzo un’autentica ispirazione.

Bruno Rosada per “Tra Luce e Realtà” (2004)

Tra luce e realtà – la pittura di Carla Erizzo

Perché si dipinge? La pittura è sempre un atto conoscitivo, un modo di esplorare la realtà, che non può esaurirsi, o che non è detto che si debba esaurire, nella visione della superficie esterna delle cose. E allora Carla Erizzo ha deciso di andare non al di là del quadro, non dietro di esso, come ha fatto per lo più il Novecento, ma al di quà, in quella luce che rende le cose possibili e visibili; ed è una esplorazione che chiama lo spettatore a collaborare alla visione a partecipare alla fattura del quadro con un elemento essenziale, la visione libera e lo stimolo alle associazioni mentali.

Carla Erizzo è figlia d’arte. Non so se questo significhi qualcosa. Non credo molto ai cromosomi e al DNA, credo di più all’ambiente, all’educazione familiare, al talento individuale. Ad ogni modo suo padre era un pittore. Faceva delle cose di sapore espressionista. L’espressionismo è sempre un ottimo punto di partenza. C’è il rispetto per la realtà esterna, e c’è il decisivo intervento del soggetto, dell’artista dico, che a quella realtà si sovrappone, la distorce, la manipola, finchè la materia inerte si rende consapevole dell’esistenza dell’artista, ne riconosce la presenza. Sì: è la materia ad accorgersi dell’uomo. E non viceversa. E Carla Erizzo (una bella laurea in Economia e commercio) alla morte del padre decide di continuarne l’opera; rifiuta le quotazioni di borsa per occuparsi di più, semmai, della quotazione dei propri quadri. E prende le mosse dall’esperienza paterna. All’inizio oscilla tra impressionismo ed espressionismo, che non sono poi sempre così divergenti come vorrebbero le parole. Poi resta affascinata da Rotko. E un po’ alla volta si accorge che le cosa senza luce non sono. Che è la luce che le pone in essere, e nei suoi quadri comincia a dibattersi quella accesa dialettica tra il colore e la luce, che ha stimolato tanti pittori del Novecento, Guidi per esempio. Il risultato cui perviene Carla Erizzo sembra anch’esso un gioco di parole, ma è così: il risultato della dialettica tra luce e colore è la luminosità. I suoi quadri hanno smesso di rappresentare qualcosa, alberi case e colli, l’inganno consueto, diceva Montale, per rappresentare se stessi come lucore, qualcosa di molto simile ai barbagli di montale, appunti, o ai fosfemi di Zanzotto, ma visti e decisi da una che li vuole rappresentare graficamente.

Però i suoi quadri hanno un nome. Una volta Ottavio Paz ha scritto (parlava di Duchamp) che nell’arte moderna assumono sempre più importanza i titoli dei quadri. Io penso che il titolo è l’altra metà del quadro, il significato riposto, nascosto e svelato allo stesso tempo dalla rappresentazione: riflessi, La fessura, regata al tramonto , Vele rosse, posso continuare: sono i titoli di Carla Erizzo. Ma cerchiamolo, questo significato nascosto e svelato; è che prima di tutto , lo si vede proprio dai titoli, per Carla Erizzo le cose esistono, non sono dunque un inganno; anche se non vengono rappresentate, esistono. E così Carla Erizzo va oltre il Novecento che aveva negato che esistessero . Ma non le rappresenta, e il non rappresentarle è una scelta precisa, un metodo di lavoro , che guida a conoscenze ulteriori in uno sforzo continuo di ricerca. Poi c’è la precisa coscienza che il rapporto con le cose è garantito dalla luce, e che il colore è un puro e semplice strumento di realizzazione delle cose.
A questo punto basterebbe eliminare le cose. Tanto non servono a fare un quadro. Ma non si può. Basta non rappresentarle.

Bruno Rosada

Piera Piazza per “Sensazioni d’acqua” (da “Il Gazzettino Illustrato” 2001)

Sensazioni d’acqua

La pittrice veneziana Carla Erizzo, figlia d’arte, pur essendo un’artista poliedrica, dimostra tuttavia di aver saputo raggiungere una connotazione stilistica personale e ben definita, soprattutto nelle opere di ascendenza astratta.
Il percorso della Erizzo ha preso le mosse da una evidente figurazione di tipica scuola veneziana. La pittrice ha infatti riprodotto le opere dei Maestri vedutisti pur introducendo elementi soggettivi e non riscontrabili nei dipinti originali.
Ha imparato la tecnica e la composizione dei colori presso lo studio del padre, famoso Maestro veneziano, dimostrando ben presto una notevole abilità nel segno e nel disegno e una sapiente maestria nella resa della luminosità e della composizione paesaggistica nel suo insieme.
Ecco riprodotte e proposte le famose vedute del Canal Grande e dei rii veneziani, colmi d’imbarcazioni, anche storiche, e di personaggi intenti alla pesca a alla caccia in laguna. Ecco i palazzi affacciati al Canale, pazientemente dipinti anche nei minimi dettagli; ecco le bifore e le trifore delle basiliche e tutta l’ariosità, la leggerezza del gotico veneziano.
Ma è nei quadri astratti, come dicevo prima, che la Erizzo esprime se stessa fino in fondo.
Tema dominante rimane quello dell’acqua, elemento al quale l’artista è molto legata, essendo nata ed avendo vissuto a Venezia, città d’acqua.
Le antiche imbarcazioni diventano qui delle grandi vele mosse dal vento, in una scomposizione geometrica dell’immagine che potrebbe ricordarci la lezione cubista.
Le ampie zono colorate ed accostate, creano accentuati effetti chiaroscurali e volumetrie audaci.
I toni adoperati sono piuttosto brillanti, quasi a voler sottolineare il movimento che connota i soggetti di questi quadri.
Il vento, l’acqua, tutto esplode nella vivacità della tavolozza cromatica, esprimendo gioia ed allegria, fantasia e ricerca stilistica.
Carla Erizzo è una giovane artista, ma già ben introdotta nel panorama culturale locale e nel mercato estero.
E’ una nuova promessa veneziana.

Piera Piazza – Novembre 2001